domenica 28 marzo 2010

Il cieco


La parola che mi si era fermata in gola è "fiducia".
Quella fiducia costruita, voluta, ma anche spesso temuta, rifiutata, scacciata nel buio e nel silenzio di giorni senza sentirci. Ma a pensarci.
E che improvvisa - come sempre con te - ho sentito presente e solida.
Prima che me ne accorgessi, prima che realizzassi, era lì.

Ad aspettarmi, ad accompagnarmi come si fa con un cieco, la tua mano, la tua voce, la tua risata scazzatina, che scazzatina non è.
Cieco, vorrei essere. Per scoprire con te il mondo. Lasciandomi solo guidare dalla voce, dalla mano e da un vecchio bastone bianco.

E come la vista che al cieco manca, così le parole che spesso non ho detto e non ho voluto sentire e che ora riprendono a scorrere e a guarire.

Sono stati giorni che sembravano mesi tanto erano gonfi di desiderio e di significato.
Grazie

lunedì 8 marzo 2010

il mio pensiero, oggi

Il resto lo sai.

sabato 6 marzo 2010

Chi lo sa...

...se passi ancora di qui.
Io, nel dubbio, ti lascio un bacio speciale che puoi venire a raccogliere nei tuoi momenti no.

Solo per te :*

lunedì 5 ottobre 2009

Non siamo stati noi!


Se ci prendono, Bonnie, diremo "non siamo stati noi"?
Forse potremmo, sì...
Non per codardia, anzi.
Non per non prenderci le nostre responsabilità, figuriamoci.
Ma perché io credo che davvero, io e te, ci siamo incrociati per qualche alchimia che ci supera e ci governa.
Sei un regalo, e so di non meritarti appieno.
Sei una scoperta, che ogni giorno mi sorprende, a volte per le parole, altre volte per i silenzi.
Sei eccitazione, brivido, desiderio, ma anche molto di più: donna, sogno, respiro.

Non siamo stati (solo) noi. E' qualcosa di più.
Ed è con questo spirito che vivo anche la situazione attuale, con la serenità di chi sa che già starti un pochino accanto è una grande fortuna.

Mi rendo conto di non riuscire a dire le cose bene come te.
Ma io sono un sempliciotto, un contadinotto che si masturba dietro ai cespugli (giuro, questo l'ho fatto questa estate e pensavo a te).
Non riesco a non pensare semplice, e quello che penso è che tu sei nella mia vita e voglio che ci resti, così come sei.

venerdì 2 ottobre 2009

Il chiodo


Una giraffa di carta. Un origami poggiato sul bordo della cassetta delle lettere.
Che, con il vento, pensavo sarebbe potuta volare via da un momento all'altro e invece rimaneva lì, salda e immobile, ancorata alla lamiera di ferro.
"Ti ho fatto un regalo. Un regalo sciocco, però. Non uno di quei regali che avrai ricevuto a dozzine. Vieni a prendermi".
Ero scalza, in tuta e con i capelli in disordine.
La giraffa mi aspettava traballante ma dritta, sulla lamiera di ferro grigio.
Lui era già andato via lasciandosi alle spalle una giraffa di carta e un foglio azzurro:



Di chi sei innamorata quando ti innamori.

Di chi canti le spire e i colori.

Di quanto affonda la tua lingua in gola al suo respiro a cercare in te lo stomaco svanito, che ti ha rubato via solo il pensiero.

Di chi immagini i colpi nelle reni, e dondoli senza nemmeno rendertene conto quando seduta alla scrivania, sei lì.

E con le dita nel tuo ventre scrivi.

Di chi senti la voce tra le spalle, dietro la nuca, ora che leggi e vivi.

Del vento che non ha direzione e ha ritmo di campana mentre lui dentro ti annoda.

Dell'acqua che ti bagna quando in te dopo si lava.

Innaffialo coi tuoi umori, fallo crescere ancora.

Tienilo dentro, sei l'unico vampiro di cui non ha paura.

Ti trafiggerà sappilo.

Salirà in te come un chiodo nel cuoio tenero della sua cintura.

Intorno a lui, lì piantato ballerai, e ti farai asola per il suo piacere.

Circondalo con la tua pelle.

Fallo.

Fallo bruciare così fino a farlo fondere, diventare lava rossa, poi aria di ferro e poi in te, definitivamente fallo svanire.




E capisco.
Capisco, so di essere dipendente. So che non posso liberarmene.
Come un'ombra che mi insegue,
o una luce che mi scappa.
Un chiodo che batte e si fissa. Penetra, in un muro come nella carne, lentamente.
Poco per volta.

mercoledì 16 settembre 2009

Le bestie feroci, i bruchi, le farfalle e il mal d'amore


Ho trovato un brano che rispecchia in pieno quello che sento. A volte - spesso - ho paura di dirtelo. A volte - molto spesso - ho paura di dirlo anche a me stessa.
Perché ci sono delle cose che sono belle. Fanno quasi male, per quanto lo sono.
E così si lotta sempre per tenerle a bada, come bestie feroci incatenate a catene fragili, rinchiuse in gabbie instabili.
Si cerca di domarle, e ci si strugge perché troppo spesso non si riesce.
Si prova a essere bruco e poi farfalla. E poi ancora bruco, ci si rinchiude nel proprio bozzolo perché ci si spaventa dei troppi colori e dell'altezza.
E proviamo ogni volta a spiegarlo a noi stessi, a trovare una scusa per dirci che, sì, è proprio così che deve andare e noi non possiamo farci niente. Che se le bestie sono feroci, sono feroci e basta e non è nostro compito domarle.
Non potremmo riuscirci.
Per quanto un uomo o una donna possa essere bravo, per quanto sia dotato di fruste, catene e cerchi di fuoco, ci sono cose che non possiamo controllare e che, volenti o meno, ci sovrastano.
Tu sei la mia bestia feroce e la mia ossessione.
E per quanto mi piacerebbe usare su di te fruste, frustini e quant'altro - e ti assicuro, mi piacerebbe... - non riesco a domarti e a cancellarti dai pensieri.
Con te vorrei essere bruco. E invece mi ritrovo sempre farfalla, a volare alta su fantasie che mi appartengono - ti appartengono - nel profondo.

Il brano che ti dicevo, quindi, è di Todisco. Si intitola Rimedi per il mal d'amore.


Il maestro mi dice di cancellarla dalla mente, di fare il vuoto. Non ci riesco. Mi impongo che il fantasma di lei non penetri nella mia coscienza. Mi mobilito a erigere schermi, barriere contro la sua invasione, ma il fantasma passa attraverso ogni più piccola distrazione della guardia: e me la ritrovo davanti più vivo e reale delle persone fisiche che posso toccare con la mano. Il maestro mi dice di dimenticarla. e io che da sempre ho la memoria labile, non perdo, invece, una molecola di ciò che la riguarda. Mi sento posseduto dalla sua immagine come gli indemoniati. Non ho nessun potere di allontanarla. Quando mi lascia in pace per poco, di sua iniziativa, io vivo, e quando rientra da padrona eludendo la mia guardia io non vivo, mi distruggo.
C'è qualcosa nella mia testa che agisce sul ricordo di lei come l'acqua sopra i mosaici archeologici appannati da secoli, che restituisce loro i vividi colori originali. Se appena la sua figura si affievolisce ecco che automaticamente un getto liquido del mio cervello la investe e la rinvigorisce.
Quando smetto di pensare a lei, provo la riposante sensazione di entrare in un bunker dove mi riparo dall'inferno di fuoco che fuori imperversa. Ma la tregua dura poco.

Dura ogni giorno la fatica di disfare la tela dei sentimenti che mi legano a lei così tenacemente. Quel poco che di giorno ci riesco, di notte si ricompone e la mattina me la ritrovo intatta, quasi fossi una Penelope all'incontrario.
Sono preda di un paradosso insensato. Ciò che mi impedisce di districarmi dalla sua ombra è la forza dell'attaccamento troppo forte che lei non vuole perchè la fa sentire oppressa, e che ha incentivato la sua fuga. E io, anche ora che è lontana, invece di sciogliermi mi ci stringo dentro sempre di più, con la logica dannata del laccio.

Non so cosa darei per liberarmi dalla tirannia dello spettro. Il maestro mi dice: non pensare a lei, raccogliti presso di te, allenati alla solitudine. Ma lo stare solo con me non vuol dire stare solo, vuol dire stare dolorosamente con il ricordo di lei, che entra nella mia solitudine come una lama.

venerdì 11 settembre 2009

Arte


Sperma su sasso, Clyde, 2009