
Ho trovato un brano che rispecchia in pieno quello che sento. A volte - spesso - ho paura di dirtelo. A volte - molto spesso - ho paura di dirlo anche a me stessa.
Perché ci sono delle cose che sono belle. Fanno quasi male, per quanto lo sono.
E così si lotta sempre per tenerle a bada, come bestie feroci incatenate a catene fragili, rinchiuse in gabbie instabili.
Si cerca di domarle, e ci si strugge perché troppo spesso non si riesce.
Si prova a essere bruco e poi farfalla. E poi ancora bruco, ci si rinchiude nel proprio bozzolo perché ci si spaventa dei troppi colori e dell'altezza.
E proviamo ogni volta a spiegarlo a noi stessi, a trovare una scusa per dirci che, sì, è proprio così che deve andare e noi non possiamo farci niente. Che se le bestie sono feroci, sono feroci e basta e non è nostro compito domarle.
Non potremmo riuscirci.
Per quanto un uomo o una donna possa essere bravo, per quanto sia dotato di fruste, catene e cerchi di fuoco, ci sono cose che non possiamo controllare e che, volenti o meno, ci sovrastano.
Tu sei la mia bestia feroce e la mia ossessione.
E per quanto mi piacerebbe usare su di te fruste, frustini e quant'altro - e ti assicuro, mi piacerebbe... - non riesco a domarti e a cancellarti dai pensieri.
Con te vorrei essere bruco. E invece mi ritrovo sempre farfalla, a volare alta su fantasie che mi appartengono - ti appartengono - nel profondo.
Il brano che ti dicevo, quindi, è di Todisco. Si intitola Rimedi per il mal d'amore.
Il maestro mi dice di cancellarla dalla mente, di fare il vuoto. Non ci riesco. Mi impongo che il fantasma di lei non penetri nella mia coscienza. Mi mobilito a erigere schermi, barriere contro la sua invasione, ma il fantasma passa attraverso ogni più piccola distrazione della guardia: e me la ritrovo davanti più vivo e reale delle persone fisiche che posso toccare con la mano. Il maestro mi dice di dimenticarla. e io che da sempre ho la memoria labile, non perdo, invece, una molecola di ciò che la riguarda. Mi sento posseduto dalla sua immagine come gli indemoniati. Non ho nessun potere di allontanarla. Quando mi lascia in pace per poco, di sua iniziativa, io vivo, e quando rientra da padrona eludendo la mia guardia io non vivo, mi distruggo.
C'è qualcosa nella mia testa che agisce sul ricordo di lei come l'acqua sopra i mosaici archeologici appannati da secoli, che restituisce loro i vividi colori originali. Se appena la sua figura si affievolisce ecco che automaticamente un getto liquido del mio cervello la investe e la rinvigorisce.
Quando smetto di pensare a lei, provo la riposante sensazione di entrare in un bunker dove mi riparo dall'inferno di fuoco che fuori imperversa. Ma la tregua dura poco.
Dura ogni giorno la fatica di disfare la tela dei sentimenti che mi legano a lei così tenacemente. Quel poco che di giorno ci riesco, di notte si ricompone e la mattina me la ritrovo intatta, quasi fossi una Penelope all'incontrario.
Sono preda di un paradosso insensato. Ciò che mi impedisce di districarmi dalla sua ombra è la forza dell'attaccamento troppo forte che lei non vuole perchè la fa sentire oppressa, e che ha incentivato la sua fuga. E io, anche ora che è lontana, invece di sciogliermi mi ci stringo dentro sempre di più, con la logica dannata del laccio.
Non so cosa darei per liberarmi dalla tirannia dello spettro. Il maestro mi dice: non pensare a lei, raccogliti presso di te, allenati alla solitudine. Ma lo stare solo con me non vuol dire stare solo, vuol dire stare dolorosamente con il ricordo di lei, che entra nella mia solitudine come una lama.